Le ragioni del voto inutile

Pubblichiamo l’articolo di Andrea Romano uscito sul quotidiano La Stampa il 7/04/2008

Il ricatto del “voto utile” rischia di alimentare l’astensionismo e di cancellare identità politiche autentiche

La vera sorpresa di queste elezioni può essere l’impennata delle astensioni, in un Paese che nel corso dei decenni ha sempre mantenuto un alto livello di partecipazione al voto. Lo suggerisce anche l’enorme numero di indecisi, segnalato da tutti i sondaggi e sintomo di una diffusa incertezza sull’opportunità di recarsi alle urne. Un’eventuale fuga in massa dal voto sarebbe l’ennesimo frutto avvelenato di una campagna elettorale deludente e prevedibile, di cui fin dall’inizio non si sentiva il bisogno e che a tutt’oggi non ha fornito molte ragioni per andare ai seggi.

Nessuno tuttavia potrebbe rallegrarsene. Perché con tutte le magagne della nostra democrazia e con tutta la fragilità delle nostre leadership politiche, l’esercizio del voto rimane un bene pubblico da tutelare con la massima cura.

Una risorsa preziosa e tutt’altro che scontata – basta guardare poco lontano dall’Italia per averne conferma – il cui valore deve essere messo al riparo dal nostro giudizio su coloro che si trovano a sedere in Parlamento. Anche perché la qualità dei legislatori non è mai stata migliorata dal partito degli astensionisti.

In questo senso ogni voto è utile, come ha ricordato Giorgio Napolitano. Anche quello che la propaganda congiunta Pd-PdL ha bollato in queste settimane come «voto inutile». Quasi che esprimere la propria preferenza per i socialisti, per i centristi o per la Sinistra arcobaleno equivalesse all’esibizione di un’identità del tutto irrilevante. Un gesto inutile se non autolesionistico, gravemente dannoso per la nuova ortodossia del bipolarismo immaginario. Come se nel giro di poche settimane l’infinita transizione italiana fosse giunta finalmente in porto, come se non fossimo costretti a votare con una legge elettorale grottesca e come se il Partito democratico e il Popolo della Libertà non fossero contenitori ad alto tasso di fragilità.

In realtà proprio lo spauracchio del «voto inutile» rischia di moltiplicare il numero degli astenuti, allontanando dalla rappresentanza democratica alcune identità politiche tutt’altro che marginali. La costrizione a scegliere tra Pd e PdL, su cui è stata impostata questa campagna, ha tolto passione e motivazione a molti elettori che non si riconoscono in nessuno dei due soggetti e che anche per questo potrebbero decidere di rimanere a casa. Il pericolo è che dal prossimo Parlamento vengano espulsi non tanto i padroncini dei micropartiti che hanno ricattato la legislatura appena conclusa (alcuni dei quali si sono rapidamente messi al sicuro nei nuovi contenitori) ma pezzi del Paese reale e delle sue più autentiche culture politiche.

È il rischio che per la prima volta nella storia repubblicana non vi sia alcun deputato di quel Partito socialista che è stato serenamente sacrificato da Walter Veltroni all’alleanza con Di Pietro (e poco importa che Veltroni continui a raccontarci la favola della splendida solitudine del Pd). Ma è anche il rischio che la sinistra massimalista sia esclusa dal Senato, diminuendo il senso di responsabilità di un’ampia area politica del Paese alla vigilia di una stagione di crescente conflittualità economica e sociale. Infine è il rischio che il centrismo non abbia alcun ruolo di rilievo in un eventuale governo Berlusconi, il cui vero timone politico sarebbe consegnato alla Lega e ad Alleanza Nazionale.

Per tutte queste ragioni la retorica forzosa del «voto utile» rischia di infliggere un grave danno alla democrazia italiana. Allontanando dalle urne molti indecisi, rendendo più povero il prossimo Parlamento e creando la falsa impressione di una governabilità ottenuta solo grazie a un’operazione di maquillage.

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